jindaiji
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Poco distante dal santuario Fudaten Jinja, circa 15 minuti di passeggiata in direzione nord conducono al santuario di Jindaiji (深大寺, sempre aperto dalle 8 di mattina alle 5 del pomeriggio – ingresso gratuito).
Questo importante complesso devozionale sorto nel 733 d.C., è il secondo più antico di Tokyo dopo il Sensoji di Asakusa (金龍山浅草寺 Kinryū-zan Sensō-ji, fondato nel 628). La setta buddista Tendai lo dedicò al monaco guerriero Ganzan Daishi meglio conosciuto come Ryōgen (良源, 912-985), tuttavia originariamente il complesso era intitolato alla divinità buddista Jinja Daiō (深沙大王), il guardiano delle acque.
Si racconta che il monaco fondatore del tempio Mankō Shonin, (満功上人) avesse un padre chiamato Fukuman. Costui si innamorò follemente di una ragazza ma i suoi parenti, contrari alla frequentazione tra i due, confinarono la figlia in un’isola in mezzo al mare. Fukuman iniziò a pregare Jinja Daiō chiedendogli supporto. Miracolosamente dalle acque spuntò un’enorme tartaruga marina inviata dal Dio per condurre Fukuman verso l’amata. Dall’unione dei due nacque Mankō che, per espiare i peccati dei genitori, si fece monaco e decise di fondare questo tempio dedicato al Dio buddista.
Qui ogni anno, più specificatamente il 3 e il 4 di marzo, si tiene una fiera dedicata al Daruma, la rappresentazione del Bodhidharma, il fondatore del buddismo Zen, simbolo di perseveranza nella meditazione e nella prosecuzione di un obiettivo, che qui viene celebrato nella particolare versione ispirata a Ryōgen.
Molti fedeli raggiungono il Jindaiji per acquistare una statua di Daruma al quale affidare un loro desiderio.
All’interno del santuario, i due luoghi di culto principali sono l’Honden (dove viene venerato il Buddha Amida Nyorai) e il Ganzan Daishi (dove viene venerato il simulacro di Ryōgen). Lo Shakka-do, alla sinistra della porta Sanmon (l’edificio più antico del complesso sacro, risalente al 1695, scampato al grande incendio del 1865), è un piccolo edificio che conserva una delle immagini di Buddha più famose di tutto il Giappone, l’Hokuho Buddha, dichiarato tesoro nazionale dal 1909, una statua del capostipite della religione risalente al 7 d.C. (purtroppo visitabile soltanto l’8 di ogni mese).

Jindai botanical Garden 神代植物公園
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Leggermente più a Nord a ridosso del grande parco sede del giardino botanico di Chofu, un’alta pagoda scura segnala il cimitero degli animali domestici (深大寺動物霊園) più grande dell’area urbana di Tokyo .
Passeggiando per l’area sacra di Jindaiji si notano numerose cascatelle, ruscelli e sorgenti. Oltre 400 anni fa, proprio la ricchezza di flussi d’acqua fece sorgere numerosi mulini che anticamente producevano farina di grano saraceno. Pare che l’area non fosse adatta alla coltivazione del riso e fu dunque riconvertita a questo cereale, materia prima fondamentale nella preparazione dei soba.
La purezza dell’acqua nei dintorni del santuario e l’abbondanza di farine prodotte dai mulini dell’area, fece in modo che intorno al santuario sorgessero numerose trattorie specializzate nella preparazione dei soba. La Jindaiji Soba (深大寺そば, la soba di Jindaiji), è oggi un piatto tipico di Tokyo e ogni anno, intorno alla metà di ottobre, viene anche organizzato un festival dedicato a questa specialità, il Soba Mokannon Festival (そば守観音供養祭).

La maggior parte dei ristoranti (oltre venti) che ad oggi servono questa specialità 365 giorni all’anno, in tutte le “salse” – sia calda che fredda- si trovano attorno l’antica porta Sanmon e si sviluppano sulla Jindaiji Dori.
Quasi tutti servono cibo di qualità a prezzi accessibili e sono caratterizzati dalla ricca vegetazione che li circonda e dagli arredi tradizionali. Alcuni vanno anche al di sopra delle aspettative per gusto e atmosfera come Shinsuian, uno dei ristoranti a nostro avviso migliori di Jindaiji Motomachi. Si mangia in seduta tradizionale, ovveri sul tatami e su tavoli bassi (kotatsu 炬燵). Il locale è circondato dalla lussuriosa vegetazione e l’ambiente bucolico e il cibo delizioso sono accompagnati da conti contenuti, (tra i 1000 e i 2000 yen) in linea con gli altri locali della zona. Quando fa caldo conviene optare per gli zaru soba (ざるそば) accomagnati da salsa di soia e tsuyu (つゆ, sostanzialmente una concolina con il saporito brodo di cottura).

100% Buckwheat Soba Noodles
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La Ju-wari Soba (十割そば) è invece il piatto preferito dai puristi visto che, in questo caso, gli spaghetti sono al 100% di grano saraceno e dunque decisamente tosti e ruvidi non essendo mescolati con la farina di grano tenero (la proporzione canonica è quattro parti di saraceno e una di grano tenero, ma ogni ristorante adotta speciali miscelazioni). Il “kit” classico della soba (in questo locale come negli altri) consiste di solito in una ciotola di spaghetti, una brocchetta di tsuyu, della salsa di soia e un piattino di cipollotto verde a rondelline e wasabi da aggiungere a piacere. Il rituale prevede che agli spaghetti, sovente incoronati da un ciuffetto di nori a listarelle, venga aggiunta lo tsuyu (attenzione a non affogarli troppo) e un po’ di cipollotto, wasabi ed eventualmente un tocco di soia (gli amanti della “sapidità” potranno tranquillamente abbondare).

Anche Yusui (湧水) è caratterizzato da arredi tradizionali e ambientazione bucolica ma qui, a differenza di Shinsuian, c’è abbondanza di tavoli regolari (ore e ore di seiza potrebbero mettere a dura prova le vostre articolazioni) e la tempura è una delle specialità della casa.
Il locale è infatti famoso per la sua Tenzaru soba (天ざるそば), che dovrebbe essere la parola chiave di qualsiasi ordinazione da Yusui. Di solito nel leggerissimo fritto che accompagna gli spaghetti si trovano deliziosi gamberi e croccanti verdure di stagione.
Se avanza un po’ di spazio dopo la scorpacciata di soba, si potrebbe assaggiare un’altra tipicità dell’area di Jindaiji, il Soba Manju (そばまんじゅう), sostanzialmente una sorta di paninetto di grano saraceno che qui viene riempito di vari ingredienti tra cui curry, verdure e altre amenità (generalmente i manju sono dolci e vengono farciti di Anko 餡子, ovvero pasta di fagioli rossi dolce, il condimento più popolare).
Uno spuntino agrodolce davvero particolare che potrebbe essere rinforzato dai classici senbei (煎餅), i cracker di riso offerti da diverse bancarelle nei pressi della porta Sanmon, aromatizzati a vari gusti tra cui salsa di soya, shichimi (il peperoncino giapponese) e shiso (シソ, un parente non troppo lontano della menta).
D’estate alcuni chioschetti, propongono anche il kakigori (かき氷), la granita tradizionale giapponese, ideale soluzione per combattere il caldo, costituita sostanzialmente da ghiaccio grattuggiato sul momento decorato con sciroppi e ingredienti tipici.
Sempre in tema di afa, un altro efficace rimedio è senz’altro costituito dalla Jindaiji beer, una pilsner prodotta localmente dalla Hoppy Beverage Co. Ltd., dal colore ambrato e dal piacevole retrogusto di grano.

調布市深大寺水車館
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Visto che siete in zona, per sgranchirvi le gambe e magari digerire, potreste fare una capatina al Jindaiji Suishakan (深大寺水車館) un mulino ancora in attività, trasformato in museo dov’è possibile osservare uno spaccato storico della vita dei contadini di Chofu. Portando del riso o dei cereali, è anche possibile farseli macinare sul posto e avere indietro un sacchetto di farina “artigianale”.
A 5 minuti di passeggiata dal mulino c’è invece il Kitaro Café (鬼太郎茶屋) una caffetteria dedicata al culto del celebre manga che oltre a presentare un decoro decisamente originale, con i mostri di Shigeru Mizuki che spuntano dal tetto e decorano le pareti del locale, propone un bizzarro menu specifico dedicato in tema fumetto. Nella stessa struttura c’è anche un fornitissimo negozio di gadget di Kitaro.


Lasciandoci alle spalle questa oasi naturale e tornando nei pressi della stazione troviamo numerosi ristoranti e centri commerciali, tra cui Parco ed il Trie, e perfino un megagalattico appena inaugurato 100 yen shop al secondo piano del supermercato Tokyu.
Consultate anche la pagina dei ristoranti consigliati di Chofu.